Lingue Tupi-Guaraní in Brasile: Storia, Cultura e Sfide Attuali

La storia e la cultura dei popoli indigeni del Brasile, in particolare quelli appartenenti al ceppo linguistico Tupi-Guaraní, sono un intreccio complesso di tradizioni ancestrali, resistenza contro la colonizzazione e lotta per la preservazione della propria identità. Nonostante le sfide imposte dalla modernità e dalle politiche governative, queste comunità continuano a difendere la propria terra, la propria lingua e il proprio patrimonio culturale.

Prima della Conquista europea, la grande famiglia Tupi-Guaraní occupava un vasto territorio che comprendeva gran parte della Bolivia e numerosi territori del Brasile, del Paraguay e dell’Argentina. Nello stesso territorio vivevano molti altri popoli, ma sembra certo che i Guaraní esercitarono, col tempo, un certo predominio su di loro.

L'arrivo degli occidentali ha profondamente destrutturato la società guaraní. Le politiche coloniali portoghesi e spagnole hanno tolto loro gli spazi, hanno relegato la popolazione a una dimensione marginale della società e hanno destrutturato la loro fede e il loro impianto sociale, a partire dalla famiglia. Con l'eccezione dell'esperienza delle riduzioni, nelle quali i gesuiti cercarono di proteggere i guaraní dall'invadenza e dagli interessi economici di portoghesi e spagnoli.

Attualmente, si stima che in Paraguay, Argentina, Bolivia e Brasile vivano non più di 270mila guaraní. Il popolo guaraní si divide nei sottogruppi Kaiowá, Nhandeva e Mbyá. Il territorio tradizionale dei Kaiowá si estende dalla regione del fiume Dourados a quella del fiume Iguatemi, nello stato brasiliano del Mato Grosso do Sul, continuando a ovest fino al fiume Apa e addentrandosi nel Paraguay. I Kaiowá sono uno dei dialetti della lingua guaraní, che fa parte della famiglia tupi-guarani del tronco linguistico tupi. Nel Mato Grosso do Sul, sedicimila Kaiowá e Nhandeva vivono oggi in striminzite riserve, e più di tremila fuori di esse.

Gli uomini bianchi hanno preso d'assalto il territorio indigeno; hanno divorato piante vive, radici, semi, cereali, tuberi, legno; hanno costruito termitai chiamati fattorie, villaggi, città. Prevalentemente, le donne Kaiowá sono impiegate come domestiche e gli uomini svolgono lavori stagionali nelle fattorie. In alcune riserve, fra cui Dourados e Amambai, dal 1985 sono aumentati i casi di suicidio.

Per salvare un popolo, bisogna preservare innanzi tutto la sua cultura. Se sopravvive la cultura, quel popolo potrà avere difficoltà economiche, problemi politici, ma avrà un'ancora alla quale aggrapparsi nella tempesta. I guaraní sono un popolo antichissimo del Sudamerica. Secondo alcuni storici, nel 3000 a.C. nell'attuale America latina c'erano tre grandi gruppi etnici: gli andini a Ovest, gli Arauakos a Nord e i Tupi-Guaraní, nella regione meridionale. I Tupi-Guaraní non hanno sviluppato materiali e costruzioni imponenti come hanno invece fatto altre culture amerindie (Incas e Maya), ma ci hanno lasciato in eredità alcuni elementi importanti che hanno influenzato le altre culture sia nel continente sia fuori da esso. Per esempio, la loro lingua che, sebbene non venne sviluppata nella forma scritta, era ed è ricchissima di espressioni uniche e di vocaboli particolari. Essendo poi un popolo di agricoltori e cacciatori seminomadi, i guaraní conoscevano in profondità la flora del territorio che attraversavano, di cui ne studiavano le proprietà curative.

La lingua è un elemento fondamentale per la preservazione culturale. In Brasile, le lingue ancestrali sono al centro della battaglia dei nativi, insieme alla difesa della terra e dell'ambiente. "Per noi la lingua è un'arma. È il nostro arco e le nostre frecce", spiega Amarildo Vera Yapua, amministratore della comunità Ka'Aguy Hovy Pora. La scuola Ka'Aguy Hovy Pora, nel villaggio della "bella foresta verde", funziona in guaraní. I bambini sono alfabetizzati in guaraní, lingua in cui studiano matematica e geografia. L'uso dei telefonini è proibito in questa scuola, dove si utilizza solo la lingua nativa.

Il Brasile, con 213 milioni di abitanti secondo i dati del 2024, è uno dei paesi più ricchi del pianeta dal punto di vista linguistico, con più di 150 lingue native. Tuttavia, molte lingue spariscono con una velocità simile a quella della foresta tropicale. Con la morte progressiva dei parlanti, il rischio di estinzione incombe su un terzo delle lingue del paese, forse addirittura sulla metà. Alcune muoiono prima ancora di essere state documentate. Secondo l'antropologo brasiliano José Ribamar Bessa Freire, negli ultimi cinque secoli il Brasile ha vissuto un glotticidio, cioè "un'azione deliberata per far scomparire una o diverse lingue". Nel paese tra l'80 e il 90 per cento delle 1.500 lingue parlate prima dell'arrivo dei colonizzatori è scomparso.

Nel 1758 il marchese di Pombal impose il portoghese come lingua dell'amministrazione, dell'istruzione e della vita pubblica nelle colonie. Il tupi, un dialetto indigeno usato dai missionari gesuiti nella loro catechesi, fu vietato. La situazione è rimasta invariata per più di due secoli, fino alla stesura della costituzione brasiliana del 1988, che riconosce pienamente le lingue native e dà ai popoli autoctoni il diritto di studiare nella loro lingua materna.

Nel 2023 il Brasile aveva più di 3.600 scuole indigene, che accoglievano 302mila bambini. Si sono moltiplicate le iniziative pubbliche e private per salvare, promuovere e sviluppare le lingue originarie. Una decina di città ha adottato uno o più idiomi nativi come lingue ufficiali accanto al portoghese. Nel 2023 il presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha incrementato i fondi dedicati alle scuole native e ha incoraggiato i progetti di traduzione delle principali leggi del paese, a cominciare dalla costituzione, tradotta in nheengatu nel 2023.

La piattaforma digitale Japiim riunisce 21 dizionari bilingue, compreso quello di moré-kuyubim, una lingua rara che rischia di scomparire. L'iniziativa è sostenuta dall'UNESCO, che ha dedicato gli anni tra il 2022 e il 2032 alle lingue autoctone, e dalla Funai (Fundação Nacional do Índio).

Nonostante i progressi, ci sono ancora vari ostacoli, a cominciare dalle limitazioni finanziarie. Sul campo i professori nativi si scontrano spesso con la mancanza di mezzi adeguati. Le lingue native restano molto marginali nell'insegnamento superiore. L'università di São Paulo, ad esempio, offre un solo corso di guaraní ufficiale per cinquanta studenti al massimo.

Le lingue native sono escluse dallo spazio pubblico e restano relegate nella sfera privata, il che rappresenta "l'anticamera dell'estinzione". Come molti altri studiosi, si teme il ritorno al potere di un'estrema destra che potrebbe avere conseguenze disastrose sulla cultura indigena. I mezzi d'informazione nelle lingue originarie, infatti, svolgono un ruolo centrale nella vita delle popolazioni isolate.

Tuttavia, c'è speranza. Gli abitanti del villaggio della "bella foresta verde" guardano al futuro con ottimismo. La comunità spera di inaugurare un liceo bilingue nel 2026. Alcuni residenti sognano che il guaraní sia dichiarato seconda lingua ufficiale del Brasile. Nel grande dizionario Houaiss, il punto di riferimento per la lingua portoghese del Brasile, 45mila lemmi su 228mila sono indigeni. Una parola su cinque.

Il 19 giugno 2024, la prima Costituzione brasiliana è stata tradotta nella lingua indigena Nheengatu. La presidente della Corte Suprema Federale (STF) e del Consiglio Nazionale di Giustizia (CNJ), Rosa Weber, ha definito questo momento "storico". La traduzione è stata redatta da un gruppo di 15 indigeni bilingui e rappresenta un passo significativo nella promozione dell'inclusione e dell'uguaglianza.

La Resistenza Storica dei Guaraní

La storia della penetrazione coloniale e della resistenza dei Guaraní è lunga e complessa. Dopo la vittoria sugli Inca, gli spagnoli intendevano proseguire con la conquista di altri popoli. Col passar del tempo, in particolare i Chiriguanos (antenati degli abitanti della Cordigliera) tentarono di evitare relazioni che li facessero dipendere dagli spagnoli. Questi ultimi tentarono di tutto per indurli a pagare tributi e a sottomettersi al sistema della encomienda.

Gli spagnoli, non potendo costruire presidi militari o città sulla Cordigliera boliviana, costruirono i propri insediamenti lungo la frontiera in modo da accerchiare i Chiriguano. Sebbene la maggior parte dei capi chiriguani non intendesse sottomettersi, non tutti nella popolazione condividevano questa posizione, portando a risposte varie e contraddittorie alle mire coloniali spagnole.

Una parte importante della popolazione scelse la resistenza agli spagnoli per amore della libertà. Così si arrivò allo scontro aperto, visto che i Chiriguano intendevano difendere i loro diritti con le armi. Una delle forme di guerra, chiamata in spagnolo correrías, era combattuta dai singoli gruppi locali. Per i kerimba (guerrieri) guaranì, las correrias erano un modo per dimostrare il proprio valore e la propria superiorità. Un altro modo di lottare contro i colonialisti, detto in spagnolo guerras generales, erano il risultato di varie alleanze con altri gruppi della Cordigliera, finalizzate all'unità del popolo chiriguano.

Le guerre di resistenza durarono molti anni. Tra il 1616 e il 1620 si insediò nell'area il generale spagnolo D. Ruy Diaz de Guzmán, che si fece nominare governatore del territorio chiriguano: alla fine, però, anche Guzmán fu scacciato dagli indigeni.

La storia della penetrazione coloniale e della resistenza dei Guaraní si è intrecciata con l'opera dei missionari cattolici nella zona della Cordigliera, i primi dei quali arrivarono alla fine del XVI secolo. In molte occasioni gli indigeni rifiutavano il legame con i missionari, anche perché nelle loro comunità disponevano di risorse sufficienti per vivere liberi e indipendenti. Generalmente i missionari erano ben accetti.

L'indipendenza dalla Spagna e la nascita, nel 1825, della Repubblica Boliviana non influenzarono positivamente la vita dei popoli indigeni. Anche se nei primi anni della neonata repubblica i Guaranì godettero di una certa autonomia, il processo di conquista iniziato con la colonizzazione spagnola proseguì. La zona della Cordigliera venne suddivisa in tre dipartimenti - Santa Cruz, Chuquisaca e Tarija - e i Chiriguani furono costretti a subire numerose violenze e ingiustizie: molti dovettero abbandonare le loro terre, concentrandosi in aree sempre più ristrette e isolate. Vennero in gran parte obbligati a diventare peones delle aziende allevatrici di bestiame.

Nonostante le gravi difficoltà, numerose furono le battaglie intraprese in quei decenni dai popoli indigeni in difesa dei propri diritti, a partire dal diritto stesso all'esistenza. Tra i molti episodi di questa ultima fase di resistenza, si ricordano quella del Chimeo (1825), la grande ribellione di Parapetí (1849), la guerra del 1874-1875, fino all'ultima guerra di Kurujuky (1892).

La guerra del 1874 iniziata a Huacaya è stata, probabilmente, la più grande ribellione della storia guaranì. Guidati dal Mburuvicha Chindare, ventimila kerimba si riunirono per riconquistare la propria indipendenza ed espellere, una volta per tutte, gli uomini bianchi dalla Cordillera. Riuscirono a conquistare molti territori ma non furono capaci di occupare Macharetì e Iguembe, città strategiche, a causa dell'arrivo di numerosi soldati boliviani della provincia di Acero.

Il piccolo Apiaguaiki, testimone del massacro, fu messo in salvo da un anziano della comunità di Mburukuiati, che nel tempo riuscì a insegnargli l'arte sciamanica, profetica e bellica. In poco tempo il giovane Apiaguaiki si rese così famoso nella zona, sia per le sue grandi qualità di ipaye, sia per la sua visione ispirata a principi di libertà, che ottenne il titolo di "Tumpa", riservato agli esseri consacrati e dotati di particolari qualità spirituali.

Il 6 gennaio i guerrieri Guaraní occuparono la città di Cuevo e invasero le proprietà terriere della zona di Camiri, Lagunillas, Alto Parapetì, Charagua, Ñankaroinsa, Karatindi e altre. Un trattato di pace, proposto dai bianchi il 31 dicembre, era stato rigettato perché il Corregidor di Cuevo aveva violentato e ucciso la cugina del mburuvicha (capo) di Ivo.

La mattina del 28 gennaio alla testa di 6000 kerimba c'erano tutti i più importanti mburuvicha guaranì (Chavaku, Nambi, Kusarai, Guarerai, Ayaguariku, Mbokarape, Guirakota II, Tengua e molti altri) capeggiati da Apiaguaiki il "Tumpa". Sotto il comando del generale Gonzales i soldati boliviani attaccarono Kuruyuki: una lotta impari, condotta in una distesa pianeggiante, senza vegetazione alta che potesse riparare i kerimba. Fucili e cannoni contro archi e frecce. Apiaguaki riuscì a salvarsi e nascondersi ma, tradito da Guarerai (uno dei mburuvicha guaraní), fu catturato dopo due mesi.

Se all'inizio del 1760 la popolazione guaranì contava almeno 200.000 unità, nel 1912 queste erano appena 26.000 in tutta la Cordigliera. Tra il 1931 e il 1935, nella guerra del Chaco, fra morti feriti, e prigionieri sparirono dalla Cordigliera altri 15.000 Guaraní. Come conseguenza di questa dura sconfitta, il ricordo stesso della storia del popolo si è quasi perduto: i padri avevano paura o si vergognavano di narrare ai propri discendenti le sventure sofferte. Da allora il popolo Guaraní ha continuato a vivere umiliazioni ed emarginazione, lasciato senza terra, in condizioni di estrema povertà.

La Scuola Tekove Katu e l'Educazione Indigena

La Scuola Tekove Katu è una delle tante articolazioni pratiche del “Convenio de salud”. Dagli inizi a oggi, la scuola si è sviluppata e perfezionata: decine di ragazzi si sono diplomati e molti di loro adesso esercitano la propria professione nelle varie comunità. I corsi più importanti riguardano la salute ambientale, l’infermieristica, le attività del laboratorio di analisi, la formazione degli operatori sociali.

Dalla fine degli anni 1980 a oggi, diverse attività di ricerca sono state promosse da padre Ciabatti, tra le istituzioni sanitarie locali e le équipe internazionali nel campo delle malattie trasmissibili e non trasmissibili dell’Università di Firenze, a cui in seguito si sono affiancate altre università Italiane, tra cui anche l’Università di Pisa.

Il testo riprende e modifica contenuti del libro di Ivan Nasini, Historia de los Pueblos Indigenas en America y Bolivia (2002), direttore del Teko Guaraní e del libro del Centro de Investigación y Promoción del Campesinado (Cipca), Nuestra Historia.

L'obiettivo del progetto è ravvivare lo spirito delle missioni dei gesuiti nei secoli XVII e XVIII, ripercorrendo alcune delle esperienze vissute al tempo delle Riduzioni. La sostenibilità del programma verrà garantita dai corsi attivati e dalla vendita dei prodotti realizzati oltre ai contributi della Compagnia di Gesù e di alcune Ong. Tra queste ultime anche il Magis che ha deciso di sostenere una scuola di ceramica, una scuola di scultura e un workshop nutrizionale.

La Lotta per il Riconoscimento e la Lingua

Basta leggere il documento finale della trentesima «Conferenza delle parti» (Cop30) sul cambiamento climatico di Belém per rimanere con l’amaro in bocca. Tra i due termini presi ovviamente dalla lingua egemonica, è però riuscito ad insinuarsi un concetto - quello di mutirão, dal tupi-guarani moti’rõ - mutuato dall’ethos e dal modo di vivere dei popoli indigeni. Tramandato da tempi ancestrali, questo dispositivo sociale che prevede uno sforzo collettivo e solidaristico per la realizzazione di un servigio in favore di un membro della comunità, viene così trasposto nel tempo presente.

E se - in più occasioni - «la zona azul» che ospitava le negoziazioni è stata teatro di proteste da parte di diversi gruppi indigeni è perché questi continuano a essere esclusi dalle decisioni che li riguardano. Nell’agosto 2025, il presidente brasiliano ha firmato il decreto 12.600/2025che trasforma tre fiumi amazzonici - Tapajos, Tocantins e Madeira - da fonte di alimento, cultura e spiritualità di popoli indigeni, quilombolas, ribeirinhos in merce nelle mani di grandi imprese private.

Sempre nell’area del Tapajos, oltre all’idrovia omonima, è prevista anche una ferrovia, ribattezzata «ferrograo», perché trasporterà prodotti agricoli (e minerari) dal Mato Grosso verso i porti del Parà. Il riconoscimento di 14 nuove terre indigene e l’apertura di un dialogo sul progetto Tapajos hanno rappresentato solo una magra consolazione. Si stima che altre 70 terre siano in attesa di essere delimitate, ma il processo è lento e oneroso. Nel fallimento generale, la Cop30 sarà ricordata per il protagonismo dei popoli indigeni.

Fuori dalla zona azul ho reincontrato Mario Wapichana, già coordinatore della Coiab e oggi articolatore del Fondo Podaali, «donare senza aspettarsi nulla in cambio», destinato al rafforzamento delle organizzazioni indigene dell’Amazzonia. Aveva lasciato la terra indigena Serra da Lua appena tredicenne per studiare nella scuola di formazione dei Missionari della Consolata a Surumù, in quella che oggi è l’area indigena Raposa Serra da Sol, in Roraima. Mi racconta di essere stato approcciato dalla Petrobras che sta già effettuando delle prospezioni in un’area indigena di quello stato. Dopo 27 anni, Mario è tornato nella sua comunità dove incoraggia i parenti a studiare e laurearsi per occupare sempre più posizioni chiave nella società «bianca». Mentre la rioccupazione degli spazi fisici arranca, gli indigeni guadagnano sempre più spazio a livello simbolico e permeano gradualmente la società con i propri valori e visioni di futuro radicate nell’ancestralità.

Il movimento dei popoli indigeni in Brasile è una forza vitale che lotta per il riconoscimento dei propri diritti, la protezione del territorio e la preservazione della propria cultura e lingua. La scuola, la lingua e la difesa della terra sono pilastri fondamentali in questa battaglia continua.

Mappa dei territori indigeni in Brasile

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